29 gennaio 2012 – Nichi Vendola, Tiziano Ferro, Nino Gennaro, Aldo Busi, Leo Gullotta, Rosario Crocetta, Anna Paola Concia, Titti De Simone, Franco Grillini e Gianni Vattimo: sono secondo Daniela Gambino i 10 gay che salvano l’Italia oggi di cui parla nell’omonimo libro pubblicato da Laurana editore (pagg. 128, € 11,90): raccontati “alla sua maniera, mischiando cenni biografici e considerazioni personali. Quella che ne viene fuori è una geografia culturale frammentata ma vivace: dieci importanti esempi, dieci esperienze singolari di sofferenza e di autoaffermazione, di lotta e di coraggio, di sfrontatezza e di sincerità”, come scrive Matteo B. Bianchi nell’introduzione. A Fattitaliani l’autrice spiega natura e finalità della pubblicazione: leggi l’intervista. Che cosa accomuna i suoi libri dagli argomenti diversi? Parto sempre da domande personali, cioè io, a livello empatico, prima di documentarmi, cosa so di queste persone, di questi argomenti, quanto e come c’entrano nella mia vita? Sono la persona giusta per parlarne? Ci sono sempre dei punti di contatto, è uno svelamento, un’assunzione di responsabilità: il mondo ci riguarda, ne facciamo parte, solo che ognuno lo elabora a suo modo.
L’Italia di oggi da che cosa in particolare merita d’essere salvata?
Il futuro è qualcosa che non esiste ma con il quale bisogna fare i conti. In Italia questo non avviene. Le politiche non sono inclusive. Non c’è più un bilancio fra diritti e doveri, bisogna spiegare le correlazioni fra welfare e tasse, la gente si sente vessata, ma non solo dalle leggi, dal senso di impotenza, ci si sente tagliati fuori. I rappresentati della cultura diventano noti per situazioni congiunturali (passaggi tivù, polemiche, o altro). Manca una vera cultura, quel piacere legato al sapere, non parlo di tasso di scolarizzazione, ma di cultura che scopri e vivi grazie alla curiosità, agli stimoli, in cui ti immergi. Quando sento parlare alcuni professionisti omofobici mi chiedo se siano davvero persone di cultura, se il sapere per loro non sia relegato a nozioni scientifiche. Ma non si guardano intorno? Ascoltiamo musica gay, molte opere sono firmate da artisti gay, molti stilisti lo sono, persino il Vaticano espone opere di artisti gay. Penso che l’Italia e gli italiani meritino delle spiegazioni.
Qual è secondo lei la più grande contraddizione e ipocrisia nel nostro Paese verso il mondo gay?
Il continuo dire “ma possono fare quello che vogliono” che in sintesi significa, “basta che non lo dicano in pubblico”, alla prima esternazione l’eterocentrismo si inalbera, alla prima richiesta di diritti civili, come se l’equiparazione svilisse la presunta superiorità del rapporto etero. Vorrei vedere noi etero costretti a non raccontare in giro delle nostre storie d’amore, tutta la mia produzione letteraria è fondata sull’amore, sulle storie d’amore si fondano scelte di vita. Susan Sontang in notes of Camp teorizza: “Gli omosessuali hanno ritrovato la loro integrazione nella società nella promozione del loro senso estetico. Il camp può cancellare la moralità. Neutralizza l’indignazione morale, promuove ciò che è scherzoso”. Questo scritto 40 anni fa. Godiamo del loro senso estetico, della loro arte, semplicemente del loro esistere.
Al contrario, c’è qualche atteggiamento dei gay che incoraggia l’omofobia?
Non credo, basta poco per essere fuori binario, ognuno di noi lo sa pur senza essere omosessuale. Basta essere una madre single, un padre separato, uno studente fuori corso. L’atteggiamento di libertà, in genere, è irritante, ma in questo accomuno il sessismo, la xenofobia, tutte le questioni in cui ci si prenda la briga di essere pubblicamente felici invece che di soffrire in silenzio di un’inferiorità imposta dai parametri vigenti. La gente lo prende quasi come un dispetto.
Ha incontrato personalmente i dieci gay del libro? Come li ha scelti?
Ho incontrato, ma solo dop,o la Paola Concia, e conosco Titti De Simone, conoscevo Nino Gennaro, il poeta corleonese. Ma gli altri fanno parte della mia vita da tanto, Leo Gullotta, lo vedo in tivvù da sempre, per dire, come Grillini, lo scrittore Aldo Busi, li ho scelti per questo, perché con loro ho condiviso una parte del mio immaginario, come molti italiani, d’altronde.
Tiziano Ferro, uno dei personaggi del libro, ha recentemente affermato “A me non basta che la gente tolleri chi sono, mi piace l’idea che lo amino”. Un commento…
Io, mia madre, molte mie amiche, amiamo Tiziano! Lo scrittore Gabriele Dadati, che ha curato il libro, dice che io mi sono innamorata dei miei dieci gay. Ma che tolleranza verso l’omosessualità, la tolleranza è una pazienza estrema che bisogna riservare alle magagne della vita, suvvia!
Giovanni Zambito
L’indomani capodanno la gente faceva la fila al Mac. Migliaia di auto, migliaia di cani con i padroni che alla fine non riesci a distinguere quale dei due sia il meno educato a cui corrisponda la responsabilità sulle proprie deiezioni. Tutti sordi. Tutti che non sanno niente del mondo di impegni, di notizie che girano, di consumo critico di equo e solidale, di ecologicamente corretto, diritti umani e degli animali persino, di link, di spread, di bot e cct. E perché dovrebbero? Hanno, anzi abbiamo, diritto a stare meglio e in fretta, nei pochi minuti che occorrono per consumare un pasto veloce. Tutte quelle cose che ci impegnano le ore e ci danno senso e amplificano il piacere della condivisione. Di quella vita che vorremmo, che ci pare giusto perseguire, in quanto portatori e generatori di pratiche buone e condivisibili. Noi. Non abbiamo saputo creare un’alternativa praticabile. Reale. Pare che l’abbiamo costruita per noi, fatta di saperi teorici, di informazione continua, di “vince chi sa di più”. La scusa, che poi è la verità, è sempre la stessa: l’impegno di vivere è troppo gravoso. Allora non si fa, ma si dice. La cultura sembra un miraggio lontano, di cui persino i suoi rappresentanti si lamentano, perché appare nebulosa e disattenta ai bisogni concreti, un bisogno del bello che rintuzza il dolore perpetuo della mancanza di felicità terrena. Prima devo vivere e poi tutto il resto, poi metto un rattoppo al mondo, sembra dirci questo rumore di sottofondo, quest’esplosione di botti incivile e disturbante. Questo mondo che è fuori di me e che mi chiama a vivere, pagare bollette, mettermi in fila, chiedere scusa, domandare favori e lavori, quest’inosservanza di regole, questa furbizia, questa lusinga continua di piaceri conclamati come possedere oggetti e soldi. Lasciatemelo fare, che altro mi stai proponendo? Ecco, cos’è. Bisognerebbe prima, mettersi d’accordo su cosa significa vivere. Non c’è, da parte di nessuno, un credersi depositario delle istanze del mondo. Qual è la buona vita, secondo te?
Se torno a Palermo è per scrivere, se me ne vado è per lo stesso motivo. In mezzo centinaia di omissioni sentimentali. Sono un’ansiosa, scrivo per documentare, tenere a mente, denunciare e autodenunciarmi, decidere, convincere, controllare e autocontrollarmi, avere pezze d’appoggio che possano sostanziare le mie invettive. Palermo entra nelle mie cose, anche quando sparisce, perché ci sentiamo, io e la città, con le spalle scoperte. Scrivo per attraversare emozioni che non sconfiggerò mai. Costruisco e restituisco altre vite attraverso frammenti della mia, come, per clonazione, gli scienziati creano organismi da brandelli di carne, in un’opera di svelamento e abilità, che, ogni volta, richiama l’attenzione come il lamento di un animale. A Palermo prendo appunti, mentre attraverso la città con i suoi mezzi pubblici elefantiaci, i marciapiedi sporchi e dissestati e penso: l’ultima cosa che serve a questo posto è un altro scrittore (o quantomeno se scrittore sia, che almeno utilizzi gli autobus). Invece, proprio perché non occorre, è una figura fondamentale. Qui mi sento moderna, una proletaria e ribelle, capace di imporre il suo punto di vista. Quando solo i nobili o i borghesi potevano dichiararsi intellettuali, qui ancora si fanno riferimenti classici e storici, senza sosta, come se occorresse mandare sempre a mente chi siamo per procedere: un passo avanti e due indietro. Scrivo, forse, perché mi riesce più congeniale trovare una risposta alla domanda “perché scrivi?”, rispetto a un’altra, più complessa: “ma perché non smetti di scrivere?”.
Daniela Gambino
Laboratorio pratico di scrittura creativa
Daniela Gambino conduce il corso Racconta! Scrivere per stare meglio (almeno un po’) e vi spiega: che le parole non sono solo parole. Che i dettagli non sono uno scherzo. Che scrivere è un allenamento alla consapevolezza. Che raccontare non è una soluzione, ma può essere un mezzo formidabile per esprimersi. Che sapere tutto questo può rendervi più sereni (ed esistono studi che lo provano).

Quanto dura: sei lezioni da due ore ciascuna. Da quando: il corso si attiva appena si raggiungono 7 partecipanti. Costa: 70 euro. Dove: circolo Nzocché, via Ettore Ximenes 95. Palermo
Ma chi è Daniela Gambino?
Ha scritto i romanzi: Cosa ti piace di me? (Castelvecchi) Bukowski e babbaluci (Ed. Interculturali) Abbi cura di te (Barbera) Palla di fuoco (Coppola ed.). I saggi: Macho Macho. Storie di maschi italiani (Castelvecchi) 10 gay che salvano l’Italia oggi (Laurana), Media: la versione delle donne. Indagine sul giornalismo al femminile in Italia (Effequ). Le guide: 101 cose da fare in Sicilia, 101 storie sulla Sicilia che on ti hanno mai raccontato (Newton Compton). Il film doc: Storie di Resistenza quotidiana (srq.altervista.org).
Info 3288775341, danielagambino@gmail.com
Secondo degli studi americani scrivere fa bene, soprattutto imparare “a fare storie”, ordinare i pensieri e dare un nome alle cose. Anche scrivere per mezz’ora al giorno, si rivela quasi una terapia,capace di migliorare l’umore e perfino il sistema immunitario.
Misurarsi nella scrittura creativa che sia per sviluppare racconti e romanzi, approcciare il mondo editoriale, o trovare uno strumento per esprimere sensazioni, è da considerarsi comunque un’esperienza formativa di confronto con i propri stati d’animo.
Racconta! Non solo fornisce le conoscenze base per la stesura di un racconto o per cimentarsi in prove di narrativa, ma utilizza la scrittura creativa come momento di conoscenza e di ricerca del benessere.
Fra i moduli: incipit, sviluppo della trama, approfondimento dei personaggi, descrizione dell’ambiente, linguaggio, mantenimento della tensione narrativa. Cenni di editing e esercizi di scrittura.
Esercizi di scrittura, analisi e riscrittura partecipata e di lettura ragionata.Il corso è tenuto dalla scrittrice Daniela Gambino, autrice di narrativa, saggista e sceneggiatrice.
Il corso si attiva al raggiungimento di un minimo di 7 iscritti. Costa 70 euro, è suddiviso in sei lezioni. Gli orari e i giorni si accordano insieme ai partecipanti
Info danielagambino@gmail.com, 3288775341
di Lara Crinò
Li chiamano checche, finocchi, invertiti, busoni, ricchioni. Non possono avere una famiglia, sono discriminati sul lavoro e molti ancora devono nascondersi. Per la Giornata mondiale contro l’omofobia (17 maggio) esce un libro che con dieci storie che aiutano a pensare
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/froci-salvate-litalia/2151443/9




